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| COMITATO DELLE SIGNORE |
Il VI Congresso di Chimica del 1906 a Roma, fu voluto ed organizzato da Emanuele Paternò, professore di Chimica dell'Università di Roma. Si svolse dal 26 aprile al 3 maggio nei locali del nuovo palazzo di Giustizia. Riunì i maggiori chimici dell'epoca.
Maestà
Graziosissima
Regina,
Signore e
Signori,
Se
l’occasione fosse opportuna, e mi consentisse una rapida rassegna dell’azione
esercitata, nello scorso secolo, dal
nuovo indirizzo delle scienze sperimentali nella vita e nel progresso
umano, non mi sarebbe difficile di provare che in questa profonda
trasformazione della società, la chimica ha esercitata un’influenza
predominante. Che non vi sia esagerazione in quanto affermo, e che il giudizio
non sia l’effetto di una visione parziale delle cose, può ciascuno riconoscerlo
sapendo che la produzione dei campi, in tutta la vastità del problema, non è
ormai che una continua applicazione delle leggi e delle scoperte della
chimica : che tutti i problemi dell’igiene pubblica ricevono continuo
sussidio dalla chimica e dal suo proggredire attendono nuovi
successi ; che l’alimentazione, per essere sicura e razionale, ha passo a
passo bisogno della chimica ; che la terapia e la clinica debbono alle
scoperte e ai metodi chimici il loro attuale incremento ; che nessuna
industria può fare a meno della chimica, per l’esame delle materie prime e per
la loro trasformazione in prodotti commerciali.
Lo studio
chimico dei cementi e dei materiali da costruzione ed i nuovi esplosivi hanno
resi possibili opere per l’avanti non tentate ; l’arte della guerra per
mare e per terra, per offesa o difesa, riceve giornaliero perfezionamento dalla
chimica ; la arti belle e di ornamento si giovano in mille guise delle sue
scoperte, e la stessa moda, dalla chimica, con nuovi tessuti e più smaglianti e
svariati colori, riceve continuo alimento alle sue volubili manifestazioni. E
la società civile è ormai così formata, che dall’aria che respiriamo, all’acqua
che ci disseta, al nutrimento quotidiano, agli utensili per ogni più vario uso
domestico, alla illuminazione, al riscaldamento, al garantirsi dalle malattie o
alla loro cura, tutto passa indispensabilmente sotto l’esame del chimico.
Questa profonda infiltrazione della chimica in ogni parte del vasto e complesso
organismo della società moderna, doveva perfezionare le industrie chimiche, e
renderle precipuo fattore dell’economia degli Stati, e copiosa fonte di prosperità.
E così è avvenuto. Ed oggi può con sicurezza affermarsi che laddove le
industrie chimiche sono più proggredite, ivi il benessere è maggiore, ivi è
maggiore le ricchezza.
Noi
dobbiamo perciò salutare con viva gioia questa riunione. Se i Congressi dei dotti
sono stati sempre elemento di salutare risveglio, perchè, usando le parole
dell’Humboldt, a misura che le relazioni fra i popoli si accrescono la scienza
guadagna in intensità e profondità ; ben altri e determinati fini hanno
avuto ed avrà questo Congresso di chimica applicata. Mirano questi Congressi a
riunire e fondere, a vantaggio del progresso umano, il paziente lavoro dei
Laboratori scientifici con quello delle officine, e servono a rendere evidente
agli industriali quali benefici riceve l’industria dai trovati della scienza
pura, ed agli uomini di scienza quali meravigliosi risultati possono ottenersi
non disdegnando di esaminare il lato pratico delle loro scoperte. Questi
Congressi hanno adunque lo scopo di rendere più perfetto quel meraviglioso congegno
dell’unione della scienza e della tecnica, che è gloria dei nostri tempi ed è
la più forte leva del progresso sociale moderno. Grandi risultati il mondo
attende ancora in questo campo e può serenamente affermarsi che nessun limite e
nessuna forza misura il potere di questo indirizzo della intelligenza umana.
Chè riunendo in unico pensiero, le meraviglie cui giornalmente assistiamo, ed i
problemi che si agitano e che attendono, con certezza di risultato, la
soluzione, l’intelletto quasi si smarrisce.
Ed anche
la chimera antica della trasmutabilità dei metalli, sembra che, sotto nuova
forma e più concreta, voglia tornare ad agitare l’irrequieto spirito dell’uomo.
Quando sorse la nuova chimica, fondata sulla nozione dei corpi semplici e sulla
costituzione atomica della materia, la trasmutabilità dei metalli fu
considerata, ed era infatti, incompatibile con il concetto dell’atomo ed il
problema che fu il sogno degli alchimisti, sembrò tanto assurdo quanto quello
del moto perpetuo e della quadratura del circolo. Ma ben presto al concetto
dell’atomo indivisibile e sostanzialmente diverso, pei veri corpi semplici,
andò sostituendosi quello dell’unità della materia ; e già il Faraday nel
1816 discutendo di un quarto stato della materia più attenuato del gassoso, fra
i problemi di cui si attendeva la soluzione dalla chimica, metteva quello della
realizzazione dell’idea della scomposizione e ricomposizione dei metalli.
Esaminando
i progressi delle teorie chimiche e fisiche negli ultimi anni, può
giustificarsi il pensiero che l’illusione e la speranza degli alchimisti possa
diventare cosa reale e viva. La teoria degli elettroni, così seducente, e che
tanti fenomeni spiega in modo mirabile, ha bandito dalla scienza il dogma
dell’invariabilità dell’atomo chimico. Anche dal lato sperimenntale il problema
è stato affropntato, negli ultimi anni, e se riuscì facile dimostrare erronea
la trasformazione del fosforo in
arsenico, resta sempre, raggio luminoso di vivida speranza, la trasformazione
del radio e di altri corpi in elio.
Il
problema è quindi, nuovamente posto alla discussione ed alla ricerca, e non si
tratta più di un desiderio vago, di un sogno di menti esaltate, non è più sete di ora che lo vivifica, ma ha fondamento sopra
principii scientifici solidamente basati. È bensì vero, anche ammesso l’unità
della materia, con la teoria sviluppata da Lord Kelvin, che gli atomi debbono
considerarsi come piccoli vortici formati nel fluido unico, e con la
dimostrazione matematica dell’Helmoltz che questi vortici una volta formati, in
certe condizioni, debbono rimanere eternamente costituiti dalle stesse
particelle, può conciliarsi il concetto dell’unità della materia con quello
dell’immutabilità dell’atomo chimico ; ma il problema ha così grande
attrattiva e la sua soluzione porterebbe a sconvolgimento così profondo nella
vita economica ed industriale del mondo, quanto nessun altro mai. Generare un
corpo semplice da un altro, indipendentemente dalla trasformazione di un
metallo vile in nobile, significa rompere ogni limite al campo in cui, la
esistenza di quantità determinata dei vari elementi, costringe oggi l’attività
dell’uomo, e significa rendere inesauribile la potenza produttrice delle nostre
officine, anche perchè dalla trasformazione di un corpo semplice in un altro, alla produzione artificiale di corpi
nuovi con proprietà volute, il passo non sarebbe troppo grande.
Esso è
adunque il maggiore dei problemi della chimica applicata, ed è insieme problema
elevatissimo di filosofia naturale. Consentite adunque che intorno ad esso mi
soffermi un istante.
È fatto,
non è ipotesi, che gl i innumerovoli corpi che finora sono stati studiati,
abbandonando anche la distinzione di composti definiti e di miscugli, possono
risolversi in pochi corpi indecomponibili, dalla cui unione nascono tutti gli
altri. Questi corpi elementari, che sono gli stessi che si rinvengono nel sole
e negli astri, è oggi generalmente ammesso che siano formati dalla medesima
materia primordiale, da elettroni variamente condensati di materia ancora più
attenuata. Ora, non mi sembra strana l’ipotesi che dall’etere sparso per lo
spazio infinito in massa omogenea, col volgere di un tempo che non può
computarsi nè ad anni nè a secoli e come risultato di quella legge universale
dell’instabilità dell’omogeneo per la quale tutto va progressivamente
aggregandosi, si sia parsialmente la materia riunità o condensata in elettroni,
e che questi alla loro volta abbiano formato gli atomi dei vari elementi, per
un processo di evoluzione lentissimo da
paragonarsi alla serie lentissima di fenomeni, avvenuti in epoca successiva
sulla terra, per effetto dei quali dalla materia inerte si è passato alla
materia organizzata e da questa alla specie. Gli studi sull’origine della
specie debbono servirci di guida per spiegare la genesi degli elementi. Come
dal protoplasma si è formata la cellula e da questa l’individuo organico, così
dall’etere si sono potuti formare gli elettroni e da questi gli atomi.
Se noi
consideriamo gli atomi come il prodotto di evoluzione della materia
primordiale, non potremo certamente negare che essi possono ulteriormente
evolversi ; ma ciò sarà col tempo infinito, mentre fintantocchè la terra
ove viviamo resterà quello che è, essi dovranno rimanere quello che sono. Il
supporre la transmutabilità di un corpo semplice e però di un atomo in un
altro, agli occhi nostri si presenta come un problema della stessa natura di
quello della possibilità della trasformazione di un animale o di un seme in un
altro, solo perchè tutti gli animali e tutte le piante sono formati dagli
stessi elementi essenziali. Così il concetto dell’unità della materia,
l’ipotesi che gli elettroni siano elementi costitutivi dell’edifizio atomico,
non conduce necessariamente alla conseguenza della possibilità della loro
reciproca trasformazione. Gli atomi e i corpi semplici debbono invece
considerarsi come il risultato di un processo evolutivo della materia
primordiale, come le specie animali e vegetali sono il risultato della
evoluzione del protoplasma e delle cellule primitive. Esaminando adunque con
largo concetto il problema della transmutabilità dei corpi, e senza bisogno di
accettare l’ipotesi di vortici eternamente immutabili, possiamo con gli stessi
criteri dell’origine delle specie, concludere che esso è indipendante
dell’uomo, e che la sua soluzione non possiamo attendere da studi per quanto perseveranti dei nostri
laboratori e delle nostre officine. Nel tempo infinito e nella infinita
mutabilità delle cose nulla poi deve dirsi impossibile.
Ma contro
questo modo di vedere contrasta la produzione dell’elio dal radio e dall’uranio
e le proprietà così strane del polonio, e ancor più la nuova teoria della
disintegrazione di alcuni atomi, e le altre ipotesi che intorno alla
radioattività si sono annunziate. Ma è provato tutto ciò ? Troppo lungi porterebbe
l’esame di questo argomento, ed al tentativo di aggiungere nuove
interpretazioni, è preferibile la pazienza di attendere nuovi fatti.
Naturalmente
questo modo di concepire l’origine e la funzione degli elementi è indipendente
da qualunque pensiero sull’intima costituzione della materia e dalle sue
attinenze con l’energia ed è compatibile con tutte le ipotesi che sono state
emesse intorno a questo soggetto, nel quale all’intelligenza umana è spesso
dolce il naufragare.
Ma se poco
ha da sperare la chimica dagli studi sulla transmutabilità dei corpi, altri
problemi e non meno seducenti si presentano alla sua attività rinnovatrice.
Già da
parecchi anni, con lavorio lento e paziente, i chimici vanno sostituendo ai
prodotti della natura quelli ottenuti artificialmente nei laboratori. Prima fu
l’alizarina, il principio colorante della robbia, ad essere preparata nelle
officine chimiche ; seguì l’indaco e poi altre sostanze ancora ; per
le materie grasse è superata ogni difficoltà teorica ; siamo già sulla via
di ottenere artificialmente lo zucchero e tutto fa sperare che fra non molto
anche il problema sarà risolto per le sostanze proteiche. I profumi e le
essenze si preparano già. L’uomo adunque lavora a rendersi indipendente dalla
madre terra ed a sostituire ai prodotti della cultura dei campi quelli ottenuti
nelle fabbriche. Fin dove arriveremo ? Quali sconvolgimenti subità il
vecchio mondo quando sarà possibile all’uomo di ottenere anche senza bisogno di
ricorrere ai prodotti del suolo, il suo nutrimento normale ed i prodotti
necessari alle varie esigenze del vivere civile ?
Maestà,
Il
patrocinio che avete accordato a questo Congresso, e l’intervento Vostro e
dell’Augusta Regina a questa prima adunata, ne assicurano del successo. Il
mondo civile ammira anche oggi in Voi il
Sovrano illuminato e sapiente, che non è insensibile a nessun bisogno
del suo popolo, estraneo a nessuna manifestazione elevata dello spirito, a
nessun progresso dell’umanità.
Noi
speriamo che quanti sono qui convenuti ritornino in patria col convincimento
che anche in Italia si studia e si lavora, e che i benefizi dell’unità e
dell’indipendenza, che con tanti sacrifizi ci diede l’opera sacra dei nostri
padri, noi sappiamo adoperare nelle lotte pacifiche pel progresso dell’umanità.
I severi
studi ed il forte pensare, non intiepidiscono l’animo, nè diminuiscono
l’ammirazione del grande e del bello. E parlando da questa Roma eterna innanzi
a uomini operosi e sapienti, convenuti da ogni più lontana parte del mondo, non
è possibile che il cuore resti muto dinnanzi allo spettacolo meraviglioso del
luogo che ci accoglie e della grandezza che da ogni lato ci circonda. Ma se
rammentiamo con orgoglio Roma antica conquistatrice del mondo, e Roma che fra
tanta luce di arte e di fasto, costrinse e dominò il pensiero, più confortevole
è la visione di Roma italiana, che libera accoglie i rappresentanti di liberi
popoli ed amorevolmente con essi coopera al progresso dell’umana
famiglia !
E mi è
dolce ricordanza concludere con le parole, che, dalla vetta del Campidoglio, il
4 marzo 1898, S. M. Umberto I, rivolgeva ai Sindaci, ai Deputati ed ai Senatori
italiani : « Fra i maestosi
avanzi della grandezza antica, non ci sembri modesta la grandezza nuova. »
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