GAZZETTA CHIMICA ITALIANA
Anno L – Volume L _
1920 – Parte prima
La Gazzetta Chimica pubblicò nel
1920 un articolo del 1907 in cui Paternò racconta l’origine e la fondazione della
Gazzetta Chimica, da lui voluta
per poter fornire
all’Italia uno strumento di divulgazione scientifica come ne esistevano nelle altre nazioni.
Aveva allora 22 anni, ma
già una percezione dell’importanza per la scienza in Italia di una publicazione regolare.
***
Eravamo
nel 1870. In Germania, in Francia, in Inghilterra la Chimica era nel suo
massimo rigoglio; numerosi laboratori diretti da uomini eminenti, e che hanno
lasciato fama imperitura, erano delle vere officine di produzione scientifica,
quale le aveva concepite con la sua
immaginosa fantasia, Francesco Bacone nella «Nuova Atlantide».
Mi
basti ricordare in Inghilterra i nomi di Perkin,
di Williamson, di Roscoe, di Odling, di Graham,
di Gladstone, ecc.; in
Germania Bunsen, Hofmann, Kekule, Kolbe,
Bayer,
ecc.; in
Francia Wurtz, Berthelot,
Fremy, H.
Saint-Claire Deville, Gautier, Debray, ecc.;
in
Austria Hitforf,
Maly, Lieben; in Russia, Zinin,
Mendeleieff, Beilstein,
Boutlerow, ecc.
In Italia era da alcuni anni morto il Piria, il Deluca di Napoli dopo avere
iniziato una promettente carriere era finito per la scienza, il Sobrero non
produceva, il Selmi era assorbito dalla pubbli- cazione della Enciclopedia;
onde un solo nome eccelleva nella Chimica il Cannizzaro, che sebbene distratto
dalla malattia purtroppo comune della politica era sempre animato dal sacro
fuoco della scienza e si teneva al corrente del progresso che andava compiendo.
Tolto Cannizzaro,
qualche
ricerca
scientifica
compiuta
in
Italia
era
dovuta
a
stranieri:
H.
Schiff,
A.
Lieben, A. Naquet, W. Koerner. È cosa notevole che di questi quattro ben tre, attirati da Cannizzaro,
lavorarono a Palermo. Cosicchè può dirsi che nel periodo del 60 al 70 un solo
faro brillava ed era nella vecchia Sicilia.
Da quel laboratorio, situato all’ultimo piano dell’Università, ove passai cinque lustri della mia vita da studente ad assistente ed a professore, mosse il rinnovamento della chimica in Italia.
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Qualche lavoro italiano era pubblicato negli Annalen der Chemie und Pharmacie o nei Comptes rendus
de l’Académie des
Sciences, e poi nel Giornale di Scienze
Naturali ed Economiche di Palermo, che in quel periodo
accolse scritti e lavori di Naquet, Schiff, Lieben e Koerner, di primaria importanza, ma che rimanevano ignorati all’estero. Nessuno pensava ad un
organo italiano : del resto la produzione era così piccola che non ne
valeva la pena. Due fatti concorsero a farci affermare.
Io solevo mandare le mie note al Wurtz, che non conoscevo allora personalmente, ma che era amico del Cannizzaro ed amato maestro del Naquet, ed egli le presentava all’Accademia. Ma quando in una memoria accennai che non mi pareva provata l’esistenza del bromuro di etilidene e non confermata la sintesi dell’acetale ottenuto da esso, il Wurtz non presentò la mia nota all’Accademia, nè rispose più alle mie lettere. Questo fatto rendeva necessaria la pubblicazione di un Giornale
italiano, ed io cominciai a sollecitare il Cannizzaro
perché ne prendesse l’iniziativa; ma il Cannizzaro era titubante.

Ritornava intanto in Italia Luigi Gabba dopo avere studiato al Laboratorio dell’Hofmann a Berlino, e spronato dal successo della
Società chimica di Berlino ed incoraggiato dall’Hofmann si dava moto per costituire anche in Italia una Società chimica. Il Cannizzaro finì per cedere e così poté farsi una riunione a Firenze, allora capitale, nell’antico laboratorio di H. Schiff al pianoterreno del Museo di
Storia naturale in via di porta Romana. Non fummo in molti, oltre al Cannizzaro, allo Schiff ed al Gabba, intervennero Selmi, Tassinari, Paternò, Amato, cioè sette in
tutto. Pochi
altri aderirono: si
discusse per due giorni, il 30 settembre ed il 1° ottobre, ed io sostenni che per il momento l’idea di una Società era da mettersi
da parte perché non esisteva in Italia un centro dove fosse possibile riunire 3
o 4 chimici, e proposi di cominciare dalla pubblicazione di un Giornale, il
quale oltre ai pochi lavori originali italiani doveva contenere i sunti dei principali lavori pubblicati all’estero. Il mio
pensiero prevalse, pur lasciando taluni dubbiosi. Quando si trattò del nome da
dare al nuovo periodico, chi propose che si chiamasse Annali di Chimica,
chi Giornale di Chimica
italiano, ecc. Ma prevalse il nome da me suggerito, per quanto combattuto dallo
Schiff e che è quello che porta. Ripensandoci riconosco che la scelta non fu
forse felice, ma volevo rompere la tradizione di Annali e Giornali.
Del nuovo periodico fu affidata, come era naturale, la
Direzione al Prof. Cannizzaro ed io
ne fui il redattore principale. Il Cannizzaro accettò a gran malincuore. Per raccogliere un fondo di cassa fu
stabilito che sarebbero stati invitati i chimici principali a sottoscrivere per L. 50 ciascuno. Così si ebbero 29
soci ed un capitale di L. 1450.21
Sembrava tutto stabilito. Ma al momento di iniziare la
stampa del primo fascicolo che doveva veder la luce nel gennaio 1871, il Cannizzaro che aveva subìto più che desiderata la cosa, fu assalito da nuovi dubbi ed
incertezze. Mi disse chiaramente che egli era sicuro che il Giornale dopo uno o due mesi non avrebbe più potuto mantenersi, ch’e gli si esponeva a fare
una misera figura in faccia ai chimici di tutta Europa, che insomma non voleva
più sentirne. Ma il desiderio di fare cosa utile alla scienza ed alla patria,
finì per persuaderlo, ma non volle che figurasse il suo nome come Direttore.
Ecco
perché la Gazzetta Chimica Italiana nacque anonima. Ma intanto le incertezze
fecero sì che il 1° numero poté pubblicarsi soltanto il 31 marzo 1871.
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La difficoltà di ottenere
abbonati, il crescere delle spese tenevano il Cannizzaro in continuo orgasmo. Mai ll’’ho visto di umore più nero. Intanto il Cannizzaro era chiamato a Roma,
ed io gli succedevo a Palermo, e divenni non solo di fatto come lo fui sempre,
ma anche di diritto il Direttore.