Testo della conferenza data da Monica Paternò di Sessa al Parlamento Europeo di Bruxelles su invito dell'Onorevole Marie Christine Arnautu
Se sono qui oggi per presentare le
memorie di Emanuele Paternò di Sessa, chimico e accessoriamente mio bisnonno,
non è solo in qualità di grande chimico italiano, ma soprattutto quale
esponente di quella scuola, culla della chimica italiana portata a livello
europeo e internazionale dall’ingegno e dalla volontà del suo maestro e mentore
Stanislao Cannizzaro.
Come ogni presentazione delle vita e
delle opere di un personaggio, dovrei iniziare con la sua biografia, che come
si vedrà esce dal normale.
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| Conferenza al parlamento Europeo a Bruxelles 11 aprile 2019 |
Vorrei invece iniziare questa mia
presentazione delle memorie del Professore Paternò di Sessa con il presentarvi Palermo
quale « faro della scienza alla fine del 19 secolo », come lui stesso
scrisse.
La città siciliana merita questa
appellazione grazie all’opera di Stanislao Cannizzaro. Dopo gli anni di esilio,
frutto della sua partecipazione ai moti del gennaio1848, egli tornò a Palermo
subito dopo lo sbarco di Garibaldi e dei Mille nel luglio del 1860.
Durante gli anni dell’esilio,
1849-1860, grazie ad una lettera di presentazione del Professore Piria, il
maggiore chimista dell’epoca, Cannizzaro frequentò i laboratori di chimica a
Parigi e riprese i corsi sempre di chimica con i più importanti professori e
ricercatori dell’epoca : Auguste Cahours, Eugène Chevreul, Regnault al
Collège de France, Wurtz e soprattutto frequentò il laboratorio di
Jean-Baptiste Dumas.
Nel 1851 fu nominato Professore di
Chimica nel Collegio nazionale di Alessandria, e nel ’53 ottenne la cattedra
all’università di Genova.
Nel 1858 uscì il suo testo più
importante, che ebbe una grande influenza sulla teoria atomica-molecolare :
« il Sunto di un corso di filosofia
chimica fatto nella Reale Università di Genova » .
Nel settembre del 60, appena tornato
in Sicilia fu invitato al 1° Congresso Internazionale di Chimica, organizzato
dai due grandi Chimici KEKULÉ, tedesco e
WURTZ francese, a Karlsruhe, per permettere ai chimici dell’epoca di
confrontarsi sulle definizioni di atomo, molecola, equivalenza, atomicità. Anche
se i congressisti si separarono senza raggiungere un accordo, l’intervento
appassionato di Cannizzaro portò i suoi frutti.
Partendo dalla teoria di Avogadro,
chimico italiano che nel 1811 emise l’ipotesi che le molecole, come si pensava,
non erano formate da un solo atomo, ma da più atomi collegati fra di loro,
Cannizzaro « … operò una netta distinzione tra atomi e molecole ed ammise
che le molecole elementari potessero essere biatomiche … ed espose un metodo
corretto e non ambiguo per la determinazione dei pesi molecolari… » Il
chimico russo Dimitri Mendeleev, di cui si commemora quest’anno il 150°
anniversario della sua Tabella della Periodicità degli elementi chimici, mostrò
grande interesse per l’intervento di Cannizzaro ed ebbe la prima intuizione
della legge della periodicità degli elementi, che doveva concretizzarsi dieci
anni dopo nella prima elaborazione della famosa tabella. 1869.
Nel 1861 Cannizzaro fu nominato
professore di Chimica organica e inorganica dell’Università di Palermo, di cui
fu anche Rettore nel 1865-67.
Questo breve richiamo della vita e
dell’opera di Cannizzaro precedente la sua nomina a professore universitario,
ci permettono di comprendere e spiegare le sue azioni successive.
L’aver frequentato durante l’esilio,
i maggiori laboratori, di Parigi soprattutto, e aver seguito come abbiamo visto
i corsi dei più importanit chimici dell’epoca, gli premise di individuare
facilmente le lacune dell’Università palermitana in fatto di laboratori, mezzi
scientifici e di ricerca ; quindi di dettare le sue volontà, per potere
accettare la nuova carica di docente universitario a Palermo. Reclamava una
trasformazione moderna dei vecchi laboratori non più capaci di svolgere un vero
e proprio lavoro di sperimentazione e ricerca. Ottenne non meno di tre
laboratori distinti : per gli esperimenti del corso pubblico di chimica, per
gli sperimenti pratici e speciali di farmacia, medicina, scienze naturali, e
per le ricerche proprie del Professore e dei suoi assistenti, oltre una scuola
pratica per le manipolazioni e le analisi quantitative e qualitative. Suo
desiderio : fornire alla facoltà di Palermo i mezzi e gli attrezzi per
portarla al livello delle maggiori università di Chimica d’Europa.
Una volta installato nel suo ruolo di
Professore di chimica, fu suo compito principale far venire a Palermo, non solo
nuovi allievi, anche stranieri, ma soprattutto, come docenti, Chimici già
conosciuti e affermati. Fra questi ricordiamo il tedesco Guglielmo KÖRNER, il
francese Alfred NAQUET, l’austriaco Adolf LIEBEN, che tanta influenza ebbero sugli
studi e sulla vita di Emanuele Paternò, di cui avremo modo di parlare in
seguito.
Nel 1926 il chimico Guido Bargellini,
già allievo del Cannizzaro scrisse : « … dopo il 1860, preferì
tornare nella sua isola diletta, a Palermo, e là divenne veramente il maestro.
A Palermo seppe circondarsi di amici e di allievi, non solo italiani, ma anche
stranieri attratti dalla fama di cui egli godeva nel mondo scientifico. E Palermo
divenne un centro di cultura chimica di primo ordine : Palermo fu il primo
vero focolaio di studi di chimica che sorse in Italia. »
Tutta questa effervescenza
intellettuale era inoltre intrattenuta dalle riunioni serali che si tenevano in
casa dei Cannizzaro, dove gli scambi scientifici e culturali erano tanto più
proficui che tenuti nella più completa libertà. Da queste riunioni Emanuele
Paternò riconosce averne tratto enorme vantaggio.
Altre facoltà di chimica di grande
valore esistevano allora in Italia, ma è a Palermo che in questi primi anni
dell’Unità d’Italia ferveva una vera passione per la ricerca chimica e che si
costitui una vera Scuola culturale chimica intorno ad un Maestro inconfutabile.
L’atmosfera era tale che
farà dire più tardi a Emanuele Paternò, come abbiamo già accennato : « È cosa notevole che di questi quattro
(Shiff, Lieben, Naquet, Koerner NDR) ben
tre, attirati da Cannizzaro, lavorarono a Palermo. Cossicchè può dirsi che nel
periodo del 1860 al 1870 un solo faro brillava ed era nella vecchia
Sicilia ». [1]
Questo preambolo era necessario per
poter ora parlare della vita e dell’opera di Emanuele Paternò di Sessa, che tra
i chimici suscita sempre molto interesse e ammirazione e che si iscrive nella
continuità di interessi e ricerche scientifiche di S. Cannizzaro. La vita
difficile dei primi anni passati in esilio ha forgiato in lui, da una parte un
carattere volontario e inflessibile, ma ha anche portato all’affermazione di
una grande umanità nei confronti dei suoi simili. Se la forte volontà gli ha
permesso di non farsi mai travolgere dalle vicissitudini della vita politica e
scientifica, che non lo hanno risparmiato, il suo profondo senzo umano lo ha
reso sempre molto attento alle angustie e difficoltà dei suoi amici. L’esempio
più evidente fu l’aiuto che portò al suo amico Francesco Crispi, i cui ultimi
anni di vita furono economicamente e familiarmente molto duri.
Nelle due presentazioni del libro fatte
a Roma e Palermo, hanno accettato di ricordarne la figura, le Presidenti
dell’Accademia delle Scienze detta dei XL,Dottoressa Emilia Chiancone e della
Società Chimica Italiana, fondata dallo stesso Paternò, Professoressa Angela
Agostiano, il Professore di Storia della Chimica Antonio di Meo, il Rettore
dell’Università di Palermo Prof Fabrizio Micari, il Prof. già rettore di Palermo
Prof Giuseppe Silvestri ed il professore Roberto Zingales sempre di Palermo.
Emanuele Paternò di Sessa è nato nel 1847,
praticamente con la Rivoluzione del 1848, poichè aveva solo un mese quando, il
12 gennaio 1848, scoppiarono i primi moti in Sicilia, di cui suo padre fu uno
dei più ferventi protagonisti, insieme allo zio Emanuele Paternò di Sessa ed a
Antonino Kirkner, fratello di sua madre. Credo sia importante segnalare questo
fatto che dimostra come la partecipazione di tre membri di una stessa famiglia
ai moti del ’48 fosse un fatto eccezionale, indice della profondità delle
radici indipendentistiche nel tessuto della identità siciliana e in questo caso
familiare.
D’altra parte dalla lettura delle sue memorie,
dallo studio, anche superficiale, degli avvenimenti che « marcarono »
gli anni ’48-50 in Sicilia, appare evidente che furono le classi più elevate,
aristocrazia, ambienti intellettuali, alta borghesia, che si opposero alla
dominazione borbonica. Sarebbe troppo lungo ed esulerebbe dal contesto di
questo nostra breve introduzione, ritracciare in dettaglio, la storia secolare
e drammatica dei tentativi di indipendenza della Sicilia.
Con la fine del Regno Normanno, che i Siciliani
ritengono l’ultimo vero Regno di Sicilia, essi si sono sempre considerati in
seguito vittime della dominazione straniera. La data dei Vespri Siciliani, il
31 marzo 1282, è sempre restata nel subcosciente dei Siciliani come il primo
tentativo di riacquistare la loro completa indipendenza. La complessità
etnico-culturale dell’isola, che costituisce la sua specificità, la sua stessa
posizione geografica che ha permesso sul suo suolo la fusione di
caratteristiche multiple, fanno sì che la Sicilia si consideri a parte non solo
nel contesto mediterraneo, ma anche in quello italiano.
Questo forte sentimento di indipendenza non si
assopì mai, tanto è vero che non solo il 48 fu vissuto come una libertà ed
indipendenza ritrovata, ma ancora ai giorni nostri, alla fine della seconda
guerra mondiale un movimento di indipendenza si fece giorno nell’isola, ma
presto si esaurì. A questo tentativo prese parte, come un secolo prima, un
altro membro della famiglia Paternò, il nipote diretto di Emanuele, Ludovico
Paternò, che rinunciò a proseguire l’avventura quando si rese conto che non
erano più sentimenti elevati di indipendenza e libertà, ma solo interessi
materiali, sostenuti da mafia e Cosa nostra americana, ritornata in Sicilia nei
bagagli dell’esercito USA.
La rivolta del 1848 non sfugge a questa
specificità. Esempio evidente è il fatto che il Tricolore adottato dai
rivoltosi portava nel suo centro l’emblema della Trinacria. D’altra parte i
moti che, in seguito a quelli di Sicilia, si manifestarono nel resto d’Italia,
Piemonte, Toscana, Roma ecc. lo erano soprattutto contro i rispettivi sovrani
da cui le popolazioni volevano la promulgazione di una nuova Costituzione. Non
esisteva ancora un ben preciso disegno unitario, che si farà giorno più tardi
fino a divenire prioritario nel 1860 con la spedizione dei Mille.
Emanuele Paternò, che questi episodi conobbe solo
dai racconti dei genitori, ne fu tuttavia profondamente segnato ed essi
predominano e condizionano moralmente tutta la sua vita segnata inoltre da un
esilio molto duro.
Le Memorie furono redatte nel 1906, molto tempo
dopo che questi drammatici avvenimenti erano oramai divenuti Storia. Tuttavia i
ricordi sono sempre vividi e chiari.
Durante i giorni della rivolta del 48, sia il
padre Giuseppe, nato nel 1819, che gli zii, Emanuele Paternò di Sessa e
Antonino Kirckner, si distinsero per il loro impegno, il loro coraggio,
Giuseppe fu fra i più valorosi combattenti contro il famoso generale borbonico
Filangeri principe di Satriano, nella difesa di Messina e Catania. (episodio della frase di
Trabia). Durante il governo rivoluzionario, rimasto in carica fino all’aprile
del 1849, Giuseppe, il padre, fu ministro della Guerra, lo zio Emanuele ,
comandante della Castello, dove era stato in precedenza prigioniero della
polizia borbonica, e lo zio Antonino Kirckner, già ufficiale di Marina, prese
il Comando dei cannonieri palermitani, in prima linea nella difesa di Messina.
Naturalmente
i tre furono esclusi dall’amnistia e dovettero partire in esilio, insieme a
tanti altri patrioti, che ritroveremo in seguito, dopo l’unità, a posti di
responsabilità sia nei governi unitari che nei ranghi dell’esercito. Ricordiamo qui fra gli esuli partiti sulla fregata
Indipendenza, Cannizzarto, Rosolino Pilo, La Malfa … Crispi, Ruggero Settimo capo del Governo
rivoluzionario.
Il padre di Giuseppe Paternò, Franco, dodicesimo
figlio e orfano fin da bambino, non possedeva grande fortuna personale, per cui
il figlio partito in esilio si trovò presto in angustie economiche, e l’esilio
fu per lui ed i suoi molto duro, anche se con alterne vicende. Uomo di
grandissima cultura, parlava diverse lingue alla perfezione, francese, inglese,
spagnolo, senza dimenticare il latino e il greco. Era altrettanto versato nella
conoscenza delle scienze dell’epoca. Questo gli permise, nei primi mesi, di
trovare un posto di professore nelle scuole di Novi Ligure, dove la famiglia si
era rifuggiata. Famiglia già numerosa, composta da una figlia del primo
matrimonio della moglie Caterina Kirckner, Carmela, da Franco fratello maggiore
di Emanuele, da Emanuele e da Maria Anna. Un quinto figlio, Francesco Paolo
nacque a Novi ed ebbe come padrino Stanislao Cannizzaro, grande amico del
padre. Uomo ugualmente molto generoso e,
diciamolo, gran signore, non ha mai esitato a ricevere tutti gli amici
esiliati, ad accoglierli per mesi in casa propria, a proprie esclusive spese,
senza tener conto delle sue possibilità. Inevitabilmente, prima o poi, si doveva
ricorrere a prestiti per far fronte a queste spese eccessive, e finiva sempre
per portare la famiglia alla miseria. Questo stato di cose si ripeté durante
tutto il periodo dell’esilio, con alti e bassi. « Mio padre quando si
trattava di ospitare parenti e amici non solo dava tutto il suo, ma si avvaleva
di tutte le possibili risorse e non pensava due volte a fare dei debiti pur di provvedere
all’urgente bisogno… »
Dopo un periodo di grandi difficoltà, il padre si
arruolò nella Legione Anglo-italiana, che gli Inglesi avevano creato al momento
della Guerra di Crimea, nel 1855-56 e che stazionava in Piemonte. Fu quello un periodo
fortunato ricordato con piacere dal piccolo Emanuele (8 anni). Quando la legione fu disciolta, gli Inglesi pagarono il
viaggio a tutti gli ingaggiati esiliati per la destinazione di loro scelta. Giuseppe scelse di andare
in Egitto e partì con il resto della legione per Malta, prima tappa verso
l’Egitto, dove arrivò nel primo semestre del 1857.
Come già in precedenza la vita della famiglia all’inizio
fu promettente, il padre avendo trovato un impiego che gli permetteva di avere
una vita normale. Ma come scrive il figlio, presto anche qui cominciarono i
guai, dovuti alla eterna generosità del padre, che perso l’impiego riuscì a
fondare una scuola, l’Istituto Italo-Egizio, anche questo destinato a
pereclitare dopo un inizio molto incoraggiante. Di fronte alle necessità della
vita i due figli maggiori Franco e Emanuele dovettero trovare un lavoro,
malgrado la loro giovane età. Franco entrò come apprendista presso un sarto, e Emanuele
come apprendista in un ristorante, ed aveva solo 10 anni, dove dopo i primi
mesi divenne praticamente l’assistente del cuoco, un siciliano di non buona
reputazione, Mancuso, dimostrando una grande facilità di adattamento e di apprendimento
Quando, a causa degli attacchi di beduini contro
i cristiani di Gedda, il Cairo divenne pericoloso, la famiglia si trasportò in
Alessandria. Dove il nostro rincominciò una vita di lavoro, sempre in un
ristorante dove ritrovò il Mancuso. Quando il suo amico cuoco, fu cacciato,
perchè implicato in azioni criminose, gli fu proposto, malgrado i suoi 10 anni
di divenire lui il cuoco. Per lealtà, qualità che lo accompagnò per tutta la
vita, partì in segno di solidarità con il cuoco.
In Alessandria morì il padre per una malattia
infettiva e la famiglia si ritrovò ancora più in angustie di prima.
Dopo la morte del padre nel 1858, e un breve
passaggio presso un ciabattino, Emanuele entrò in una tipografia, lavoro più
valorizzante, dove riuscì talmente bene che i proprietari volevano adottarlo.
Vista la situazione, la madre domandò al fratello, lo zio Antonino, di tornare
in Italia a Genova. Fu così che la famiglia tornò in Italia nel marzo del 59. I
primi mesi, in casa dello zio, furono fra i meno penibili, anche se i due
Fratelli, continuarono a lavorare, questa volta come disegnatori (!) presso la
fonderia dei Fratelli Orlando a Genova, che contribuivano così al sostegno
degli esuli in difficoltà. Ma la morte prematura di Antonino Kirckner, provocò
nuovamente la miseria della famiglia, che dovette traslocare in catastrofe e
trovare un alloggio più piccolo. Finalmente arrivò il giorno della partenza dei
Mille per la Sicilia e qui si trova uno degli episodi che più marcarono la
mente e lo spirito del giovane Emanuele (12 anni). « Ogni ricordo cede
innanzi a quello della partenza dei Mille ».
Non è possibile raccontare le tante piccole e
grandi vicende che rendono queste memorie vive e animate.
La seconda parte delle sue memorie traccia la
storia del suo rinserimento nella vita « normale » con gli studi di
fisica e chimica, fino al conseguimento della laurea e del suo primo posto di
Professore universitario alla età di soli 24 anni.
Tornata la famiglia a Palermo nel luglio del
1860, la vita non fu comunque facile. I rapporti con la famiglia paterna non
erano molto stretti ; per senso di dignità e di un certo orgoglio la madre
non volle chiedere un qualsiasi aiuto e dovette accontentarsi di quanto fu
concesso dal governo, per venire in aiuto agli esuli. La prima figlia della
madre, Carmela, che già aveva insegnato in scuole elementari a Genova, fu
assunta come maestra e finì la sua carriera come direttrice di scuola. Cannizzaro
fu per Emanuele e Franco Paternò sempre come un padre aiutandoli e spingendoli
negli studi. Emanuele cominciò infine a seguire un cursus scolastico regolare,
cominciando dalla 2° elementare. La volontà di riuscire e di divenire
totalmente indipendente finanziariamente per lui e la famiglia, lo spinse ad
accellerare i tempi, così che in 11 anni compì tutto il percorso scolastico, fino
all’università e che poté laurearsi in fisica-chimica nel novembre 1871. Già da
qualche anno era stato chiamato da Cannizzaro come assistente preparatore, al posto del fratello
Franco, morto nel 1867 suicida dopo un triste storia amorosa. Nel 1871, subito
dopo la laurea, concorse con successo alla cattedra di chimica di Torino,
concorso che ottenne poichè già aveva pubblicato diversi lavori scientifici.
Nel dicembre del 1872, sempre su concorso ottenne la cattedra di Professore
ordinario di Chimica generale alla facoltà di Palermo.
Molto importanti furono per Paternò gli anni
della sua formazione a Palermo, dove, come abbiamo visto regnava un’atmosfera
di grande effervescenza scientifica, grazie alla riunione di numerosi docenti
stranieri. Fra coloro che ebbero grande importanza per la sua formazione,
ricordiamo Alfred Naquet, Adolf Lieben e Guglielmo Körner.
Alfred Naquet, francese « … di Carpentras allievo
di Wurtz e uomo dotato di mente altissima … fu travolto dalla
politica ». Tuttavia per il giovane Emanuele, allora sedicenne, la
frequentazione, insieme al fratello Franco, già assistente del Naquet, fu di
grande importanza, e sempre ne fu riconoscente al giovane chimico (28 anni). Tuttavia,
il suo soggiorno a Palermo fu breve. Appassionato di politica, tornato in
Francia prese parte agli avvenimenti della Commune, nel 70-71, e con Gambetta
riuscì a fuggire da Parigi assediata in mongolfiera. Fu deputato di sinistra
estrema, fra i promotori della legge sul divorzio in Francia, e autore di libri
che fecero scandalo all’epoca, soprattutto il suo « Religion propriété
famille », di ispirazione roussoniana. Partendo aveva lasciato a Palermo
la moglie ed il figlio malato, (che purtroppo morì) all’attenzione dei due
giovani fratelli Paternò. Franco evidentemente si invaghì della giovane Signora
Naquet, che dopo la morte del figlio, tornò in Francia. Dopo aver partecipato
gloriosamente alla guerra di indipendenza del 1866, purtroppo Franco non si
adattò più nuova vita e preferì suicidarsi. La sua morte significò per il
fratello più giovane un dolore da cui lui stesso dice di non essersi mai
veramente ripreso. Da quel momento raddoppia l’intensità del suo lavoro in modo
da non penalizzre la vita di famiglia che, sebbene migliorata, era ancora
difficile. Fu così che oltre gli studi da terminare, il lavoro in laboratorio a
cui si dedicava con grande impegno, insegnava disegno all’istituto tecnico di
Palermo, e completava con lezioni particolari.
Adolf Lieben austriaco, professore di chimica
inorganica, già famoso, iniziò il giovane assistente alla ricerca scientifica
approfondita. Di lui E. P. scrive : « Il Lieben animo nobile e
cortese mi mise sotto la sua protezione, mi insegnò … a fare le più svariate
manipolazioni … « Con lui EP approfondisce la ricerca e la pazienza
nelle sperimentazioni chimiche. Fra l’allievo ed il professore si stabilì un’amicizia
che continuò anche dopo la partenza del Lieben per l’Austria.
Purtroppo, malgrado ciò, il Lieben, come vedremo,
fu all’origine di una grande delusione per il giovane chimico, ritardando anche
la diffusione di una scoperta importante da lui fatta nel 1869 all’età di 21
anni.
Guglielmo Körner, giunto a Palermo nel 1867, già assistente
del grande chimico Kekulé, che lo raccomandò a Cannizzaro e autore di importanti
pubblicazioni, dopo un inizio di collaborazione molto positivo, fu all’origine
di un grave conflitto con Paternò. Quest’ultimo riconosce i grandi vantaggi che
trasse dalla frequentazione del chimico
proveniente da centri scientifici di maggiore importanza. Purtroppo per invidia
e gelosia da parte del Körner ben presto l’atmosfera si degrada fino alla guerra
dichiarata, e se Paternò riuscì sempre a mantenere un atteggiamento calmo
respingendo le provocazioni, non fu lo stesso per il Körner, che infine fu
cacciato dal laboratorio quando Cannizzaro scoprì la situazione.
Descrivere
il lavoro scientifico di Emanuele
Paternò, non è semplice per un profano. Tanto più che eminenti professori e
scienziati hanno già scritto sul suo percorso scientifico, che oltre 200 sue pubblicazioni
hanno ampiamente illustrato. Potrei qui elencare sommariamente le sue più
importanti scoperte o intuizioni, riprese spesso dai suoi stessi allievi e
portate a conclusioni pratiche. Durante tutta la sua vita di scienziato,
Paternò si concnetrò soprattutto nella ricerca pura, e mentre come ho accennato
alcuni suoi allievi hanno in seguito fatto fortuna con brevetti (Parodi-Delfino
fra gli altri), ma egli non ne approfittò mai.
Solo scritto puramente scientifico che figura in questa raccolta, è una
delle prime note di Emanuele Paternò, apparsa sul Giornale di Scienze naturali
ed Economiche del 1869 di Palermo, pubblicazione dalla diffusione modesta, quando
egli aveva solo 21 anni. In esso egli formulava la teoria spaziale degli
isomeri, presentando per la prima volta la formula del carbonio tetraedrico. Giovane
chimico, volle presentare la sua teoria al suo vecchio maestro, il Lieben.
Quest’ultimo gli rispose con una lettera in cui formulava questa opinione « «Voi forse avete pensato,
rispose il Lieben,
che ammettendo una tale isomeria, saltate il Rubicone che separa le speculazioni, considerate come lecite intorno al modo di combinazione degli atomi, dalle speculazioni meno lecite, intorno
alla vera posizione degli
atomi nello spazio.
Slanciandosi nello spazio
in cerca di atomi, si rischia di perdere la terra sotto
i piedi.»
Come
egli stesso scrisse, deluso dalla risposta, « misi il testo in un tiretto
e lo dimenticai ». La teoria fu presentata dai chimici Van’t Hoff, futuro
premio nobel e Le BEL cinque anni più tardi. Questo non riconoscimento della
sua scoperta, lo amareggiò a lungo e solo la volontà dei suoi discepoli e
allievi riuscì infine a ristabilire la verità. Fu una intuizione geniale
che permise di risolvere non pochi quesiti sulla formazione di molecole della
stessa isomeria, ma con comportamenti e reazioni differenti e che è alla base della stereoisomeria,
come affermato dal Professore Giorgio Montaudo in un articolo sulla opera
scientifica di E. Paternò, nel 2010.
Questo
episodio confortò Paternò nella sua idea che fosse necessario creare un
periodico scientifico italiano, di grande respiro e diffusione, per permettere
ai nostri scienziati di pubblicare i loro scritti, come avveniva nelle altre
nazioni. I ricercatori italiani erano obbligati di pubblicare i risultati dei
loro lavori sulle pubblicazioni scientifiche estere. Cannizzaro si era mostrato
fin’ora diffidente. Al ritorno del Chimico Luigi
Gabba, dopo un soggiorno a Berlino, difensore di questa idea, una riunione fu
organizzata a Firenze nel laboratorio di H. Schiff, altro chimico tedesco
operante in Italia, nell’ottobre 1870 a questo scopo. Pochi furono i presenti,
sette in tutto, – Cannizzarto, Gabba, Schiff, Selmi, Tassinari, Amato e
Paternò. Dopo accese discussioni, durante le quali gli argomenti del giovane
chimico di Palermo furono i più convincenti, la Gazzetta Chimica italiana vide
la luce, ma con una particolarità, non c’era Direttore , perchè il Cannizzaro a
cui naturalmente era devoluta la direzione non volle apparire, temendo che il
nuovo periodico fosse un fallimento. Per cui sebbene solo redattore capo, Paternò ne prese
la direzione effettiva. Il successo fu grande
e in vent’anni da un volume annuo si passò a due volumi, di oltre 600p
ciascuno. Cannizzaro stesso riconobbe il benemerito della creazione della
Gazzetta, organo efficace per la divulgazione dei lavori dei chimici italiani,
con sunti a parte di lavori stranieri. Non è possibile in questo contesto
attardarmi sul lavoro scientifico in dettaglio, lavoro che fu non solo intenso
e prolifico, ma che in alcuni campi fu opera di intuizioni geniali, comme ebbe
a dire il Prof. Giorgio Montaudo, di Catania, che ha in progetto insieme al
Prof. Roberto Zingales di riprendere alcuni lavori incompiuti, come lo studio
dei Colloidi. Per onorare il suo lavoro di oltre 51 anni come docente, per i
suoi 75 anni, nel 1922 la Soc Chim It creò la Medaglia d’oro E. P. conferita
ogni 3 anni all’autore dei lavori più importanti nel campo della chimica. La
prima fu conferita a F. W. Aston dell’università di Cambridge.
Mi
accontenterò di accennare soltanto alle sue più importanti scoperte.
Nell’86
cominciò una serie di ricerche sulla crioscopia, che grande importanza ebbe in
seguito. si interessò di fotochimica,
dell'azione della luce
sulle molecole organiche. Scoprì nel 1909 la reazione della luce sulle molecole che prese il nome
di legge Paternò-Büchi. Nel 1922 Federico Millosevicht, chimico e
mineralogista chiamò Paternoite un
borato presente soprattutto in Sicilia. Negli
ultimi anni si concentrò sulla studio
della cellulosa. Lavoro che dovette interrompere perchè la sua vista non
gli permetteva di continuare . Infatti in Egitto aveva contratto un fortissimo
tracoma che lo perseguitò per tutta la vita, tanto da renderlo praticamente
cieco negli ultimi anni. Importante fu anche l’interesse che portò sempre alla
chimica agraria, per lui essenziale alla indipendenza « alimentare » dell’Italia.
Lasciò tuttavia un giudizio sulla chimica per lo meno
originale. “«La Chimica,
che fu già la scienza delle cose misteriose ed occulte,
per quanto abbia progredito, è sempre la più insidiosa delle scienze per il genero
umano. Essa insegna a falsificare ogni cosa – alimenti, medicine, pietre preziose, armamenti militari – e come Saturno, che divorava
i propri figli, appena
è riuscita a falsificare, si affretta
per trovare il modo di sopprimere la frode.
È invero una scienza assai
strana! Che l’albero del bene e del male sia stata
l’opera di un chimico?»
Per
il suo apporto alla scienza, nel senzo più alto del termine, ottenne
riconoscenze nazionali ed internazionali, divenendo membro delle più
prestigiose associazioni e accademie, nonchè professore Honoris Causa di
Cambridge.
Ricorderemo
qui le più importnti e conosciute, sia italiane che straniere : Socio
dell’Accademia dei Lincei nel 1883, dell’Accademia delle scienze di Torino,
della Società reale di Napoli, membro dal e Presidente della prestigiosa Accademia delle
scienze detta dei XL, la più antica accademia scientifica italiana, dal 1921 al
1932, creatore della Società Chimica Italiana, da lui fondata nel 1903, dalla
fusione delle Soc. Chi
di Milano e di Roma(SCI).
Dopo essere stato membro
corrispondente dell’Accademia delle scienze dell’Istituto di Francia ne divenne
membro associato nel 1923, membro d’onore della Soc. delle Scienze di Bucarest
ecc .
Non
posso qui non menzionare il ruolo che E. P. ebbe durante la Grande Guerra, come
presidente della Commissione dei Gas. Non penso dovermi prolungare sulla
importnza che durante la 1° Guerra mondiale ebbe la questione delle armi
chimiche. I primi, ma con scarsissimi risultati,
ad adoperare i gas furono i Francesi negli ultimi mesi del 1914. Ma solo un anno più
tardi si ebbe un vero attacco con conseguenze drammatiche, da parte dei
tedeschi sul fronte belga a Ypres, che fece 15000 gasati di cui 5000 morirono. Il gas da loro impiegato prese il nome di iperite, o mustard
oil per gli inglesi.
In Italia, il primo
vero attacco con gas, da parte degli
Austriaci, avvenne al San Michele
il 29 giugno 1916,
provocando la morte
di 5000 soldati.
Tutte
le nazioni belligeranti avevano creato laboratori e industrie per lo studio e
la produzione dei gas. Altrettanto fu fatto in Italia e a capo della
Commissione per lo studio dei prodotti chimici fu nominato Paternò, assistito
dai più important ricercatori dell’epoca. Molto interessante è leggere i
rapporti della commissione, ma soprattutto la corrispondenza con lo Stato
Maggiore. Da quest’ultima si evince che tutto non andava liscio come lo si
potrebbe credere . Infatti Paternò si lamenta che troppi apprendisti
chimici propongono le loro ricerche, a tal punto che diventa difficile per i
laboratori seri farsi comprendere.
Vi faccio grazia dei dettagli scientifici, della
corrispondenza con i chimici francesi o inglesi. Comunque questo periodo di
grande ricerca scientifica face avanzare enormemente le conoscenze sui gas ed
incrementòanche l’industria chimica con la creazione di nuovi stabilimenti
industruali. Interessante è invece il rapporto che
Paternò compilò nel
1923 per la Società
delle Nazioni da cui si deduce quale
era il suo punto
di vista di scienziato sulla
questione dell’uso dei gas
come arma di guerra, che
in realtà considerava poco efficace, mentre,
egli afferma, nel futuro saranno gli aerei
ed i sottomarini a prendere la préeminenza.
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Accuse di mancanza di umanità furono
lanciate contro di lui, per
la sua implicazione nella ricerca del gas
più aggressivo da usare contro
i soldati nemici.
Alla fine del
rapporto alla SDN troviamo la risposta a queste accuse:
«… Similmente è stato
lungi da me il pensiero, che, per un inopportuno sentimento umanitario, debbano
nella guerra escludersi i mezzi di offesa
che hanno maggiore efficacia per
ottenere più presto
e con minori sacrifizzi la vittoria. Barbara
è la guerra, non i mezzi che si adoperano per vincerla, quando
non siano atti di inutile crudeltà, o manifestazioni di volgari istinti
di malvagità.»
Paternò non fu solo
un grande scienziato che con le sue intuizioni geniali ha fatto avanzare la scienza
in generale e la scienza italiana in particolare. Egli fu anche e sempre un
ottimo organizzatore. Da Sindaco di Palermo (1890-1892) già nel 1891 organizzò
la IV Esposizione Nazionale italiana, la prima a Palermo, inaugurata dal Re
Umberto 1° e dalla regina Margherita e che risultò un gran successo. Nel 1906,
ormai docente a Roma, dove aveva sostituito Cannizzaro nel 1892, ritiratosi per
limiti di età, organizzò il 6° Congresso
Internazionale di Chimica, a cui presero parte i più importanti chimici
dell’epoca, provenienti dal mondo intero, con i quali egli aveva da tempo
legami non solo di lavoro, ma anche di amicizia. (vedi Storia della Chimica)
Ebbe incarichi « diplomatici »
fra cui quello di concludere un trattato commerciale con la Russia, nel 1907,
per il quale ottenne il titolo di Cavaliere dell’ordine di Sant’Anna, dell’Impero russo.
Il tempo mi manca per tracciare la
carriera politica di Emanuele Paternò, cominciata già nel 1890 come Sindaco di
Palermo, proseguita come Senatore del regno 1890-1919 e vice presidente del
senato dal 1904 al 1919, Presidente della Provincia di Palermo per 16 anni
(1898-1914). In ognuno di questi posti
egli mostrò sempre, come già detto un grande dinamismo, attento al
progresso, che come sappiamo ebbe una notevole accellerazione nell’ultimo
quarto del 19° secolo. Come sindaco, e più tardi come presidente della
Provincia, sostenne lavori per il risanamento della rete idrica, ela fognature,
per lo sviluppo della rete elettrica, illuminando le principali arterie di Palermo
e delle cittadine vicine e la modernizzazione della rete stradale, permettendo
il disimpegno dei piccoli centri montani, spesso isolati in inverno a causa del
maltempo. Sviluppò e creò nuove scuole soprattutto elementari… D’altronde per la sua opera come Presidente
della provincia, la Provincia Regionale di Palermo gli dedicò un libro ed una
esposizione nel 2005 « Il presidente Scienziato ».
Emanuele Paternò nel 1906 terminò
le sue memorie: ricordi della
sua vita famigliare e del suo percorso di scienziato, dichiarando che non aveva
più altro da ricordare. Ma,
in seguito, furono ritrovati dei quaderni
neri scolastici dove venivano riproposte considerazioni del periodo di quando
fu Senatore del Regno. Questi
ricordi, in forma
di diari, con date molto
precise, riguardano il periodo che va dal 1892 al 1928 quando,
poi, si ritira a vita privata
a Palermo, avendo una
età avanzata.
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Questi diari
sono molto interessanti, perché ricordano un periodo storico
di grandi movimenti politici dell’Italia post risorgimentale. Coprono
anche il momento
drammatico della Grande Guerra
che lo vede
protagonista, come chimico, nella preparazione dei
gas asfissianti che venivano
impiegati dalle potenze
europee. In queste
note Paternò ci dà una visione
molto critica del mondo
politico dell’epoca. e infine, dopo l’insediamento di Mussolini, criticando con amarezza l’avvento di una dittatura e le rinunce successive del Re,
a cui rimprovera di non rispettare lo Statuto,
ritorna a Palermo
dove morirà nel 1935.
Troviamo qui giudizi, talvolta positivi, ma spesso critici, su tutti i più importanti politici dell’epoca, Crispi,
Rudinì, De Pretis, Giolitti …
Questo testo, che abbiamo cercato
di completare con l’aggiunta di note sui principali personaggi citati, meriterebbe un più ampio sviluppo. L’azione politica
di Emanuele Paternò
è qui solo in filigrana; sia l’età che un certo disgusto di fronte al degradarsi del clima politico,
gli hanno impedito in gran parte
di dare un seguito più completo alle sue impressioni così rapidamente annotate.
C’è ampiamente materia per uno studio
più approfondito dell’azione politica di E. Paternò.
Il suo carattere intero, che non ammetteva compromessi, gli procurò non
pochi avversari sebbene tutti riconoscessero il suo valore.
Fece parte delle più
importanti commissioni del senato, fu volta a volta :
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