PETIZIONE

PETIZIONE

AFFINCHÉ LA SALMA DI

EMANUELE PATERNÒ DI SESSA

VENGA TRASLATA NELLA CHIESA DI SAN DOMENICO il PANTHEON DI PALERMO


Nel 1935 alla fine della commemorazione per la morte di Emanuele Paternò di Sessa, il Professore Emanuele Oliveri dell’Università di Catania, pronunciò queste parole :

« Noi suoi vecchi discepoli, fin da ora facciamo voti che nel centenario della nascita le ceneri di Emanuele Paternò siano composte in quel Pantheon di San Domenico in Palermo ove riposa nei secoli la salma di Stanislao Cannizzaro della cui opera scientifica egli fu il più degno continuatore. »

Pantheon di San Domenico

Purtroppo quell’auspicio non fu mai realizzato, malgrado il desiderio della famiglia e dei suoi discepoli. Lo scoppio della seconda guerra mondiale ha impedito di portare a termine questo progetto. Dopo quasi cent’anni dalla morte, pensiamo sia giunta l’ora di rimediare a questo deplorevole oblio. Emanuele Paternò fu non solo un insigne scienziato, le cui geniali intuizioni fecero proggredire lo studio della Chimica contribuendo ad integrare l’Italia unita alla comunità scientifica internazionale. Professore universitario a soli 24 anni, divenne in seguito Magnifico Rettore dell’Università di Palermo. Ricordiamo, anche che fondò la « Società Chimica Italiana » e fu Presidente della secolare « Accademia delle Scienze detta dei XL ». Fu inoltre un acceso difensore della Sicilia e dei Siciliani, come la sua implicazione nella vita politica dell’isola lo prova. Come Sindaco, organizzò la IV Esposizione Nazionale Italiana a Palermo nel 1891, la prima del Sud. Presidente per lunghi anni della Provincia di Palermo, Senatore del Regno e Vice Presidente del Senato.

Sarebbe troppo lungo elencare quanto fu fatto da lui per la sua città.

Ha quindi perfettamente il suo posto nel Pantheon di Palermo accanto a tutti i grandi uomini che nei tempi hanno contribuito alla grandezza e alla fama della isola.




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martedì 30 aprile 2019

E. Paternò a Bruxelles in occasione del 150° anno della Tavola Periodica degli elementi di Mendeleev


Testo della conferenza data da Monica Paternò di Sessa al Parlamento Europeo di Bruxelles su invito dell'Onorevole Marie Christine Arnautu

Se sono qui oggi per presentare le memorie di Emanuele Paternò di Sessa, chimico e accessoriamente mio bisnonno, non è solo in qualità di grande chimico italiano, ma soprattutto quale esponente di quella scuola, culla della chimica italiana portata a livello europeo e internazionale dall’ingegno e dalla volontà del suo maestro e mentore Stanislao Cannizzaro.
Come ogni presentazione delle vita e delle opere di un personaggio, dovrei iniziare con la sua biografia, che come si vedrà esce dal normale.

Conferenza al parlamento Europeo a Bruxelles 11 aprile 2019
Vorrei invece iniziare questa mia presentazione delle memorie del Professore Paternò di Sessa con il presentarvi Palermo quale « faro della scienza alla fine del 19 secolo », come lui stesso scrisse.
La città siciliana merita questa appellazione grazie all’opera di Stanislao Cannizzaro. Dopo gli anni di esilio, frutto della sua partecipazione ai moti del gennaio1848, egli tornò a Palermo subito dopo lo sbarco di Garibaldi e dei Mille nel luglio del 1860.
Durante gli anni dell’esilio, 1849-1860, grazie ad una lettera di presentazione del Professore Piria, il maggiore chimista dell’epoca, Cannizzaro frequentò i laboratori di chimica a Parigi e riprese i corsi sempre di chimica con i più importanti professori e ricercatori dell’epoca : Auguste Cahours, Eugène Chevreul, Regnault al Collège de France, Wurtz e soprattutto frequentò il laboratorio di Jean-Baptiste Dumas.
Nel 1851 fu nominato Professore di Chimica nel Collegio nazionale di Alessandria, e nel ’53 ottenne la cattedra all’università di Genova.
Nel 1858 uscì il suo testo più importante, che ebbe una grande influenza sulla teoria atomica-molecolare : « il Sunto di un corso di filosofia chimica fatto nella Reale Università di Genova » .
Nel settembre del 60, appena tornato in Sicilia fu invitato al 1° Congresso Internazionale di Chimica, organizzato dai due grandi Chimici KEKULÉ, tedesco  e WURTZ francese, a Karlsruhe, per permettere ai chimici dell’epoca di confrontarsi sulle definizioni di atomo, molecola, equivalenza, atomicità. Anche se i congressisti si separarono senza raggiungere un accordo, l’intervento appassionato di Cannizzaro portò i suoi frutti.
Partendo dalla teoria di Avogadro, chimico italiano che nel 1811 emise l’ipotesi che le molecole, come si pensava, non erano formate da un solo atomo, ma da più atomi collegati fra di loro, Cannizzaro « … operò una netta distinzione tra atomi e molecole ed ammise che le molecole elementari potessero essere biatomiche … ed espose un metodo corretto e non ambiguo per la determinazione dei pesi molecolari… » Il chimico russo Dimitri Mendeleev, di cui si commemora quest’anno il 150° anniversario della sua Tabella della Periodicità degli elementi chimici, mostrò grande interesse per l’intervento di Cannizzaro ed ebbe la prima intuizione della legge della periodicità degli elementi, che doveva concretizzarsi dieci anni dopo nella prima elaborazione della famosa tabella. 1869.
Nel 1861 Cannizzaro fu nominato professore di Chimica organica e inorganica dell’Università di Palermo, di cui fu anche Rettore  nel 1865-67.
Questo breve richiamo della vita e dell’opera di Cannizzaro precedente la sua nomina a professore universitario, ci permettono di comprendere e spiegare le sue azioni successive.
L’aver frequentato durante l’esilio, i maggiori laboratori, di Parigi soprattutto, e aver seguito come abbiamo visto i corsi dei più importanit chimici dell’epoca, gli premise di individuare facilmente le lacune dell’Università palermitana in fatto di laboratori, mezzi scientifici e di ricerca ; quindi di dettare le sue volontà, per potere accettare la nuova carica di docente universitario a Palermo. Reclamava una trasformazione moderna dei vecchi laboratori non più capaci di svolgere un vero e proprio lavoro di sperimentazione e ricerca. Ottenne non meno di tre laboratori distinti : per gli esperimenti del corso pubblico di chimica, per gli sperimenti pratici e speciali di farmacia, medicina, scienze naturali, e per le ricerche proprie del Professore e dei suoi assistenti, oltre una scuola pratica per le manipolazioni e le analisi quantitative e qualitative. Suo desiderio : fornire alla facoltà di Palermo i mezzi e gli attrezzi per portarla al livello delle maggiori università di Chimica d’Europa.
Una volta installato nel suo ruolo di Professore di chimica, fu suo compito principale far venire a Palermo, non solo nuovi allievi, anche stranieri, ma soprattutto, come docenti, Chimici già conosciuti e affermati. Fra questi ricordiamo il tedesco Guglielmo KÖRNER, il francese Alfred NAQUET, l’austriaco Adolf LIEBEN, che tanta influenza ebbero sugli studi e sulla vita di Emanuele Paternò, di cui avremo modo di parlare in seguito.
Nel 1926 il chimico Guido Bargellini, già allievo del Cannizzaro scrisse : « … dopo il 1860, preferì tornare nella sua isola diletta, a Palermo, e là divenne veramente il maestro. A Palermo seppe circondarsi di amici e di allievi, non solo italiani, ma anche stranieri attratti dalla fama di cui egli godeva nel mondo scientifico. E Palermo divenne un centro di cultura chimica di primo ordine : Palermo fu il primo vero focolaio di studi di chimica che sorse in Italia. »
Tutta questa effervescenza intellettuale era inoltre intrattenuta dalle riunioni serali che si tenevano in casa dei Cannizzaro, dove gli scambi scientifici e culturali erano tanto più proficui che tenuti nella più completa libertà. Da queste riunioni Emanuele Paternò riconosce averne tratto enorme vantaggio.
Altre facoltà di chimica di grande valore esistevano allora in Italia, ma è a Palermo che in questi primi anni dell’Unità d’Italia ferveva una vera passione per la ricerca chimica e che si costitui una vera Scuola culturale chimica intorno ad un Maestro inconfutabile.
L’atmosfera era tale che farà dire più tardi a Emanuele Paternò, come abbiamo già accennato : « È cosa notevole che di questi quattro (Shiff, Lieben, Naquet, Koerner NDR) ben tre, attirati da Cannizzaro, lavorarono a Palermo. Cossicchè può dirsi che nel periodo del 1860 al 1870 un solo faro brillava ed era nella vecchia Sicilia ». [1]

Questo preambolo era necessario per poter ora parlare della vita e dell’opera di Emanuele Paternò di Sessa, che tra i chimici suscita sempre molto interesse e ammirazione e che si iscrive nella continuità di interessi e ricerche scientifiche di S. Cannizzaro. La vita difficile dei primi anni passati in esilio ha forgiato in lui, da una parte un carattere volontario e inflessibile, ma ha anche portato all’affermazione di una grande umanità nei confronti dei suoi simili. Se la forte volontà gli ha permesso di non farsi mai travolgere dalle vicissitudini della vita politica e scientifica, che non lo hanno risparmiato, il suo profondo senzo umano lo ha reso sempre molto attento alle angustie e difficoltà dei suoi amici. L’esempio più evidente fu l’aiuto che portò al suo amico Francesco Crispi, i cui ultimi anni di vita furono economicamente e familiarmente molto duri.


Nelle due presentazioni del libro fatte a Roma e Palermo, hanno accettato di ricordarne la figura, le Presidenti dell’Accademia delle Scienze detta dei XL,Dottoressa Emilia Chiancone e della Società Chimica Italiana, fondata dallo stesso Paternò, Professoressa Angela Agostiano, il Professore di Storia della Chimica Antonio di Meo, il Rettore dell’Università di Palermo Prof Fabrizio Micari, il Prof. già rettore di Palermo Prof Giuseppe Silvestri ed il professore Roberto Zingales sempre di Palermo.
Emanuele Paternò di Sessa è nato nel 1847, praticamente con la Rivoluzione del 1848, poichè aveva solo un mese quando, il 12 gennaio 1848, scoppiarono i primi moti in Sicilia, di cui suo padre fu uno dei più ferventi protagonisti, insieme allo zio Emanuele Paternò di Sessa ed a Antonino Kirkner, fratello di sua madre. Credo sia importante segnalare questo fatto che dimostra come la partecipazione di tre membri di una stessa famiglia ai moti del ’48 fosse un fatto eccezionale, indice della profondità delle radici indipendentistiche nel tessuto della identità siciliana e in questo caso familiare.

D’altra parte dalla lettura delle sue memorie, dallo studio, anche superficiale, degli avvenimenti che « marcarono » gli anni ’48-50 in Sicilia, appare evidente che furono le classi più elevate, aristocrazia, ambienti intellettuali, alta borghesia, che si opposero alla dominazione borbonica. Sarebbe troppo lungo ed esulerebbe dal contesto di questo nostra breve introduzione, ritracciare in dettaglio, la storia secolare e drammatica dei tentativi di indipendenza della Sicilia.

Con la fine del Regno Normanno, che i Siciliani ritengono l’ultimo vero Regno di Sicilia, essi si sono sempre considerati in seguito vittime della dominazione straniera. La data dei Vespri Siciliani, il 31 marzo 1282, è sempre restata nel subcosciente dei Siciliani come il primo tentativo di riacquistare la loro completa indipendenza. La complessità etnico-culturale dell’isola, che costituisce la sua specificità, la sua stessa posizione geografica che ha permesso sul suo suolo la fusione di caratteristiche multiple, fanno sì che la Sicilia si consideri a parte non solo nel contesto mediterraneo, ma anche in quello italiano.

Questo forte sentimento di indipendenza non si assopì mai, tanto è vero che non solo il 48 fu vissuto come una libertà ed indipendenza ritrovata, ma ancora ai giorni nostri, alla fine della seconda guerra mondiale un movimento di indipendenza si fece giorno nell’isola, ma presto si esaurì. A questo tentativo prese parte, come un secolo prima, un altro membro della famiglia Paternò, il nipote diretto di Emanuele, Ludovico Paternò, che rinunciò a proseguire l’avventura quando si rese conto che non erano più sentimenti elevati di indipendenza e libertà, ma solo interessi materiali, sostenuti da mafia e Cosa nostra americana, ritornata in Sicilia nei bagagli dell’esercito USA.

La rivolta del 1848 non sfugge a questa specificità. Esempio evidente è il fatto che il Tricolore adottato dai rivoltosi portava nel suo centro l’emblema della Trinacria. D’altra parte i moti che, in seguito a quelli di Sicilia, si manifestarono nel resto d’Italia, Piemonte, Toscana, Roma ecc. lo erano soprattutto contro i rispettivi sovrani da cui le popolazioni volevano la promulgazione di una nuova Costituzione. Non esisteva ancora un ben preciso disegno unitario, che si farà giorno più tardi fino a divenire prioritario nel 1860 con la spedizione dei Mille.

Emanuele Paternò, che questi episodi conobbe solo dai racconti dei genitori, ne fu tuttavia profondamente segnato ed essi predominano e condizionano moralmente tutta la sua vita segnata inoltre da un esilio molto duro.

Le Memorie furono redatte nel 1906, molto tempo dopo che questi drammatici avvenimenti erano oramai divenuti Storia. Tuttavia i ricordi sono sempre vividi e chiari.
Durante i giorni della rivolta del 48, sia il padre Giuseppe, nato nel 1819, che gli zii, Emanuele Paternò di Sessa e Antonino Kirckner, si distinsero per il loro impegno, il loro coraggio, Giuseppe fu fra i più valorosi combattenti contro il famoso generale borbonico Filangeri principe di Satriano, nella difesa di Messina e Catania. (episodio della frase di Trabia). Durante il governo rivoluzionario, rimasto in carica fino all’aprile del 1849, Giuseppe, il padre, fu ministro della Guerra, lo zio Emanuele , comandante della Castello, dove era stato in precedenza prigioniero della polizia borbonica, e lo zio Antonino Kirckner, già ufficiale di Marina, prese il Comando dei cannonieri palermitani, in prima linea nella difesa di Messina.
Naturalmente i tre furono esclusi dall’amnistia e dovettero partire in esilio, insieme a tanti altri patrioti, che ritroveremo in seguito, dopo l’unità, a posti di responsabilità sia nei governi unitari che nei ranghi dell’esercito. Ricordiamo qui fra gli esuli partiti sulla fregata Indipendenza, Cannizzarto, Rosolino Pilo, La Malfa …  Crispi, Ruggero Settimo capo del Governo rivoluzionario.

Il padre di Giuseppe Paternò, Franco, dodicesimo figlio e orfano fin da bambino, non possedeva grande fortuna personale, per cui il figlio partito in esilio si trovò presto in angustie economiche, e l’esilio fu per lui ed i suoi molto duro, anche se con alterne vicende. Uomo di grandissima cultura, parlava diverse lingue alla perfezione, francese, inglese, spagnolo, senza dimenticare il latino e il greco. Era altrettanto versato nella conoscenza delle scienze dell’epoca. Questo gli permise, nei primi mesi, di trovare un posto di professore nelle scuole di Novi Ligure, dove la famiglia si era rifuggiata. Famiglia già numerosa, composta da una figlia del primo matrimonio della moglie Caterina Kirckner, Carmela, da Franco fratello maggiore di Emanuele, da Emanuele e da Maria Anna. Un quinto figlio, Francesco Paolo nacque a Novi ed ebbe come padrino Stanislao Cannizzaro, grande amico del padre.  Uomo ugualmente molto generoso e, diciamolo, gran signore, non ha mai esitato a ricevere tutti gli amici esiliati, ad accoglierli per mesi in casa propria, a proprie esclusive spese, senza tener conto delle sue possibilità. Inevitabilmente, prima o poi, si doveva ricorrere a prestiti per far fronte a queste spese eccessive, e finiva sempre per portare la famiglia alla miseria. Questo stato di cose si ripeté durante tutto il periodo dell’esilio, con alti e bassi. « Mio padre quando si trattava di ospitare parenti e amici non solo dava tutto il suo, ma si avvaleva di tutte le possibili risorse e non pensava due volte  a fare dei debiti pur di provvedere all’urgente bisogno… »
Dopo un periodo di grandi difficoltà, il padre si arruolò nella Legione Anglo-italiana, che gli Inglesi avevano creato al momento della Guerra di Crimea, nel 1855-56 e che stazionava in Piemonte. Fu quello un periodo fortunato ricordato con piacere dal piccolo Emanuele (8 anni). Quando la legione fu disciolta, gli Inglesi pagarono il viaggio a tutti gli ingaggiati esiliati per la destinazione di loro scelta. Giuseppe scelse di andare in Egitto e partì con il resto della legione per Malta, prima tappa verso l’Egitto, dove arrivò nel primo semestre del 1857.
Come già in precedenza la vita della famiglia all’inizio fu promettente, il padre avendo trovato un impiego che gli permetteva di avere una vita normale. Ma come scrive il figlio, presto anche qui cominciarono i guai, dovuti alla eterna generosità del padre, che perso l’impiego riuscì a fondare una scuola, l’Istituto Italo-Egizio, anche questo destinato a pereclitare dopo un inizio molto incoraggiante. Di fronte alle necessità della vita i due figli maggiori Franco e Emanuele dovettero trovare un lavoro, malgrado la loro giovane età. Franco entrò come apprendista presso un sarto, e Emanuele come apprendista in un ristorante, ed aveva solo 10 anni, dove dopo i primi mesi divenne praticamente l’assistente del cuoco, un siciliano di non buona reputazione, Mancuso, dimostrando una grande facilità di adattamento e di apprendimento
Quando, a causa degli attacchi di beduini contro i cristiani di Gedda, il Cairo divenne pericoloso, la famiglia si trasportò in Alessandria. Dove il nostro rincominciò una vita di lavoro, sempre in un ristorante dove ritrovò il Mancuso. Quando il suo amico cuoco, fu cacciato, perchè implicato in azioni criminose, gli fu proposto, malgrado i suoi 10 anni di divenire lui il cuoco. Per lealtà, qualità che lo accompagnò per tutta la vita, partì in segno di solidarità con il cuoco.
In Alessandria morì il padre per una malattia infettiva e la famiglia si ritrovò ancora più in angustie di prima.
Dopo la morte del padre nel 1858, e un breve passaggio presso un ciabattino, Emanuele entrò in una tipografia, lavoro più valorizzante, dove riuscì talmente bene che i proprietari volevano adottarlo. Vista la situazione, la madre domandò al fratello, lo zio Antonino, di tornare in Italia a Genova. Fu così che la famiglia tornò in Italia nel marzo del 59. I primi mesi, in casa dello zio, furono fra i meno penibili, anche se i due Fratelli, continuarono a lavorare, questa volta come disegnatori (!) presso la fonderia dei Fratelli Orlando a Genova, che contribuivano così al sostegno degli esuli in difficoltà. Ma la morte prematura di Antonino Kirckner, provocò nuovamente la miseria della famiglia, che dovette traslocare in catastrofe e trovare un alloggio più piccolo. Finalmente arrivò il giorno della partenza dei Mille per la Sicilia e qui si trova uno degli episodi che più marcarono la mente e lo spirito del giovane Emanuele (12 anni). «  Ogni ricordo cede innanzi a quello della partenza dei Mille ».
Non è possibile raccontare le tante piccole e grandi vicende che rendono queste memorie vive e animate.

La seconda parte delle sue memorie traccia la storia del suo rinserimento nella vita « normale » con gli studi di fisica e chimica, fino al conseguimento della laurea e del suo primo posto di Professore universitario alla età di soli 24 anni.

Tornata la famiglia a Palermo nel luglio del 1860, la vita non fu comunque facile. I rapporti con la famiglia paterna non erano molto stretti ; per senso di dignità e di un certo orgoglio la madre non volle chiedere un qualsiasi aiuto e dovette accontentarsi di quanto fu concesso dal governo, per venire in aiuto agli esuli. La prima figlia della madre, Carmela, che già aveva insegnato in scuole elementari a Genova, fu assunta come maestra e finì la sua carriera come direttrice di scuola. Cannizzaro fu per Emanuele e Franco Paternò sempre come un padre aiutandoli e spingendoli negli studi. Emanuele cominciò infine a seguire un cursus scolastico regolare, cominciando dalla 2° elementare. La volontà di riuscire e di divenire totalmente indipendente finanziariamente per lui e la famiglia, lo spinse ad accellerare i tempi, così che in 11 anni compì tutto il percorso scolastico, fino all’università e che poté laurearsi in fisica-chimica nel novembre 1871. Già da qualche anno era stato chiamato da Cannizzaro come  assistente preparatore, al posto del fratello Franco, morto nel 1867 suicida dopo un triste storia amorosa. Nel 1871, subito dopo la laurea, concorse con successo alla cattedra di chimica di Torino, concorso che ottenne poichè già aveva pubblicato diversi lavori scientifici. Nel dicembre del 1872, sempre su concorso ottenne la cattedra di Professore ordinario di Chimica generale alla facoltà di Palermo.
Molto importanti furono per Paternò gli anni della sua formazione a Palermo, dove, come abbiamo visto regnava un’atmosfera di grande effervescenza scientifica, grazie alla riunione di numerosi docenti stranieri. Fra coloro che ebbero grande importanza per la sua formazione, ricordiamo Alfred Naquet, Adolf Lieben e Guglielmo Körner.
Alfred Naquet, francese  « … di Carpentras  allievo  di Wurtz e uomo dotato di mente altissima … fu travolto dalla politica ». Tuttavia per il giovane Emanuele, allora sedicenne, la frequentazione, insieme al fratello Franco, già assistente del Naquet, fu di grande importanza, e sempre ne fu riconoscente al giovane chimico (28 anni). Tuttavia, il suo soggiorno a Palermo fu breve. Appassionato di politica, tornato in Francia prese parte agli avvenimenti della Commune, nel 70-71, e con Gambetta riuscì a fuggire da Parigi assediata in mongolfiera. Fu deputato di sinistra estrema, fra i promotori della legge sul divorzio in Francia, e autore di libri che fecero scandalo all’epoca, soprattutto il suo « Religion propriété famille », di ispirazione roussoniana. Partendo aveva lasciato a Palermo la moglie ed il figlio malato, (che purtroppo morì) all’attenzione dei due giovani fratelli Paternò. Franco evidentemente si invaghì della giovane Signora Naquet, che dopo la morte del figlio, tornò in Francia. Dopo aver partecipato gloriosamente alla guerra di indipendenza del 1866, purtroppo Franco non si adattò più nuova vita e preferì suicidarsi. La sua morte significò per il fratello più giovane un dolore da cui lui stesso dice di non essersi mai veramente ripreso. Da quel momento raddoppia l’intensità del suo lavoro in modo da non penalizzre la vita di famiglia che, sebbene migliorata, era ancora difficile. Fu così che oltre gli studi da terminare, il lavoro in laboratorio a cui si dedicava con grande impegno, insegnava disegno all’istituto tecnico di Palermo, e completava con lezioni particolari.
Adolf Lieben austriaco, professore di chimica inorganica, già famoso, iniziò il giovane assistente alla ricerca scientifica approfondita. Di lui E. P. scrive : « Il Lieben animo nobile e cortese mi mise sotto la sua protezione, mi insegnò … a fare le più svariate manipolazioni … «  Con lui EP approfondisce la ricerca e la pazienza nelle sperimentazioni chimiche. Fra l’allievo ed il professore si stabilì un’amicizia che continuò anche dopo la partenza del Lieben per l’Austria.
Purtroppo, malgrado ciò, il Lieben, come vedremo, fu all’origine di una grande delusione per il giovane chimico, ritardando anche la diffusione di una scoperta importante da lui fatta nel 1869 all’età di 21 anni.

Guglielmo Körner, giunto a Palermo nel 1867, già assistente del grande chimico Kekulé, che lo raccomandò a Cannizzaro e autore di importanti pubblicazioni, dopo un inizio di collaborazione molto positivo, fu all’origine di un grave conflitto con Paternò. Quest’ultimo riconosce i grandi vantaggi che trasse dalla frequentazione del  chimico proveniente da centri scientifici di maggiore importanza. Purtroppo per invidia e gelosia da parte del Körner ben presto l’atmosfera si degrada fino alla guerra dichiarata, e se Paternò riuscì sempre a mantenere un atteggiamento calmo respingendo le provocazioni, non fu lo stesso per il Körner, che infine fu cacciato dal laboratorio quando Cannizzaro scoprì la situazione.

Descrivere  il lavoro scientifico di Emanuele Paternò, non è semplice per un profano. Tanto più che eminenti professori e scienziati hanno già scritto sul suo percorso scientifico, che oltre 200 sue pubblicazioni hanno ampiamente illustrato. Potrei qui elencare sommariamente le sue più importanti scoperte o intuizioni, riprese spesso dai suoi stessi allievi e portate a conclusioni pratiche. Durante tutta la sua vita di scienziato, Paternò si concnetrò soprattutto nella ricerca pura, e mentre come ho accennato alcuni suoi allievi hanno in seguito fatto fortuna con brevetti (Parodi-Delfino fra gli altri), ma egli non ne approfittò mai.
Solo scritto puramente scientifico che figura in questa raccolta, è una delle prime note di Emanuele Paternò, apparsa sul Giornale di Scienze naturali ed Economiche del 1869 di Palermo, pubblicazione dalla diffusione modesta, quando egli aveva solo 21 anni. In esso egli formulava la teoria spaziale degli isomeri, presentando per la prima volta la formula del carbonio tetraedrico. Giovane chimico, volle presentare la sua teoria al suo vecchio maestro, il Lieben. Quest’ultimo gli rispose con una lettera in cui formulava questa opinione « «Voi forse avete pensato, rispose il Lieben, che ammettendo una tale isomeria, saltate il Rubicone che separa le speculazioni, considerate come lecite intorno al modo di combinazione degli atomi, dalle speculazioni meno lecite, intorno alla vera posizione degli atomi nello spazio. Slanciandosi nello spazio in cerca di atomi, si rischia di perdere la terra sotto i piedi.»

 Come egli stesso scrisse, deluso dalla risposta, « misi il testo in un tiretto e lo dimenticai ». La teoria fu presentata dai chimici Van’t Hoff, futuro premio nobel e Le BEL cinque anni più tardi. Questo non riconoscimento della sua scoperta, lo amareggiò a lungo e solo la volontà dei suoi discepoli e allievi riuscì infine a ristabilire la verità. Fu una intuizione geniale  che permise di risolvere non pochi quesiti sulla formazione di molecole della stessa isomeria, ma con comportamenti e reazioni  differenti e che è alla base della stereoisomeria, come affermato dal Professore Giorgio Montaudo in un articolo sulla opera scientifica di E. Paternò, nel 2010.

Questo episodio confortò Paternò nella sua idea che fosse necessario creare un periodico scientifico italiano, di grande respiro e diffusione, per permettere ai nostri scienziati di pubblicare i loro scritti, come avveniva nelle altre nazioni. I ricercatori italiani erano obbligati di pubblicare i risultati dei loro lavori sulle pubblicazioni scientifiche estere. Cannizzaro si era mostrato fin’ora diffidente. Al ritorno del Chimico Luigi Gabba, dopo un soggiorno a Berlino, difensore di questa idea, una riunione fu organizzata a Firenze nel laboratorio di H. Schiff, altro chimico tedesco operante in Italia, nell’ottobre 1870 a questo scopo. Pochi furono i presenti, sette in tutto, – Cannizzarto, Gabba, Schiff, Selmi, Tassinari, Amato e Paternò. Dopo accese discussioni, durante le quali gli argomenti del giovane chimico di Palermo furono i più convincenti, la Gazzetta Chimica italiana vide la luce, ma con una particolarità, non c’era Direttore , perchè il Cannizzaro a cui naturalmente era devoluta la direzione non volle apparire, temendo che il nuovo periodico fosse un fallimento. Per cui  sebbene solo redattore capo, Paternò ne prese la direzione effettiva. Il successo fu grande  e in vent’anni da un volume annuo si passò a due volumi, di oltre 600p ciascuno. Cannizzaro stesso riconobbe il benemerito della creazione della Gazzetta, organo efficace per la divulgazione dei lavori dei chimici italiani, con sunti a parte di lavori stranieri. Non è possibile in questo contesto attardarmi sul lavoro scientifico in dettaglio, lavoro che fu non solo intenso e prolifico, ma che in alcuni campi fu opera di intuizioni geniali, comme ebbe a dire il Prof. Giorgio Montaudo, di Catania, che ha in progetto insieme al Prof. Roberto Zingales di riprendere alcuni lavori incompiuti, come lo studio dei Colloidi. Per onorare il suo lavoro di oltre 51 anni come docente, per i suoi 75 anni, nel 1922 la Soc Chim It creò la Medaglia d’oro E. P. conferita ogni 3 anni all’autore dei lavori più importanti nel campo della chimica. La prima fu conferita a F. W. Aston dell’università di Cambridge.
Mi accontenterò di accennare soltanto alle sue più importanti scoperte.
Nell’86 cominciò una serie di ricerche sulla crioscopia, che grande importanza ebbe in seguito. si interessò di fotochimica, dell'azione della luce sulle molecole organiche. Scoprì nel 1909 la reazione della luce sulle molecole che prese il nome di legge Paternò-Büchi. Nel 1922 Federico Millosevicht, chimico e mineralogista  chiamò Paternoite un borato presente soprattutto in Sicilia. Negli ultimi anni si concentrò sulla studio  della cellulosa. Lavoro che dovette interrompere perchè la sua vista non gli permetteva di continuare . Infatti in Egitto aveva contratto un fortissimo tracoma che lo perseguitò per tutta la vita, tanto da renderlo praticamente cieco negli ultimi anni. Importante fu anche l’interesse che portò sempre alla chimica agraria, per lui essenziale alla indipendenza « alimentare » dell’Italia.
Lasciò tuttavia un giudizio sulla chimica per lo meno originale. “«La Chimica, che fu già la scienza delle cose misteriose ed occulte, per quanto abbia progredito, è sempre la più insidiosa delle scienze per il genero umano. Essa insegna a falsificare ogni cosa – alimenti, medicine, pietre preziose, armamenti militari – e come Saturno, che divorava i propri figli, appena è riuscita a falsificare, si affretta per trovare il modo di sopprimere la frode.
È invero una scienza assai strana! Che l’albero del bene e del male sia stata l’opera di un chimico?»

Per il suo apporto alla scienza, nel senzo più alto del termine, ottenne riconoscenze nazionali ed internazionali, divenendo membro delle più prestigiose associazioni e accademie, nonchè professore Honoris Causa di Cambridge.
Ricorderemo qui le più importnti e conosciute, sia italiane che straniere : Socio dell’Accademia dei Lincei nel 1883, dell’Accademia delle scienze di Torino, della Società reale di Napoli, membro dal  e Presidente della prestigiosa Accademia delle scienze detta dei XL, la più antica accademia scientifica italiana, dal 1921 al 1932, creatore della Società Chimica Italiana, da lui fondata nel 1903, dalla fusione delle Soc. Chi di Milano e di Roma(SCI).
Dopo essere stato membro corrispondente dell’Accademia delle scienze dell’Istituto di Francia ne divenne membro associato nel 1923, membro d’onore della Soc. delle Scienze di Bucarest ecc .

Non posso qui non menzionare il ruolo che E. P. ebbe durante la Grande Guerra, come presidente della Commissione dei Gas. Non penso dovermi prolungare sulla importnza che durante la 1° Guerra mondiale ebbe la questione delle armi chimiche. I primi, ma con scarsissimi risultati, ad adoperare i gas furono i Francesi negli ultimi mesi del 1914. Ma solo un anno più tardi si ebbe un vero attacco con conseguenze drammatiche, da parte dei tedeschi sul fronte belga a Ypres, che fece 15000 gasati di cui 5000 morirono. Il gas da loro impiegato prese il nome di iperite, o mustard oil per gli inglesi.
In Italia, il primo vero attacco con gas, da parte degli Austriaci, avvenne al San Michele il 29 giugno 1916, provocando la morte di 5000 soldati.

Tutte le nazioni belligeranti avevano creato laboratori e industrie per lo studio e la produzione dei gas. Altrettanto fu fatto in Italia e a capo della Commissione per lo studio dei prodotti chimici fu nominato Paternò, assistito dai più important ricercatori dell’epoca. Molto interessante è leggere i rapporti della commissione, ma soprattutto la corrispondenza con lo Stato Maggiore. Da quest’ultima si evince che tutto non andava liscio come lo si potrebbe credere . Infatti Paternò si lamenta che troppi apprendisti chimici propongono le loro ricerche, a tal punto che diventa difficile per i laboratori seri farsi comprendere.
Vi faccio grazia dei dettagli scientifici, della corrispondenza con i chimici francesi o inglesi. Comunque questo periodo di grande ricerca scientifica face avanzare enormemente le conoscenze sui gas ed incrementòanche l’industria chimica con la creazione di nuovi stabilimenti industruali. Interessante è invece il rapporto che Paternò compilò nel 1923 per la Società delle Nazioni da cui si deduce quale era il suo punto di vista di scienziato sulla questione dell’uso dei gas come arma di guerra, che in realtà considerava poco efficace, mentre, egli afferma, nel futuro saranno gli aerei ed i sottomarini a prendere la préeminenza.
Accuse di mancanza di umanità furono lanciate contro di lui, per la sua implicazione nella ricerca del gas più aggressivo da usare contro i soldati nemici. Alla fine del rapporto alla SDN troviamo la risposta a queste accuse: «… Similmente è stato lungi da me il pensiero, che, per un inopportuno sentimento umanitario, debbano nella guerra escludersi i mezzi di offesa che hanno maggiore efficacia per ottenere più presto e con minori sacrifizzi la vittoria. Barbara è la guerra, non i mezzi che si adoperano per vincerla, quando non siano atti di inutile crudeltà, o manifestazioni di volgari istinti di malvagità.»

Paternò non fu solo un grande scienziato che con le sue intuizioni geniali ha fatto avanzare la scienza in generale e la scienza italiana in particolare. Egli fu anche e sempre un ottimo organizzatore. Da Sindaco di Palermo (1890-1892) già nel 1891 organizzò la IV Esposizione Nazionale italiana, la prima a Palermo, inaugurata dal Re Umberto 1° e dalla regina Margherita e che risultò un gran successo. Nel 1906, ormai docente a Roma, dove aveva sostituito Cannizzaro nel 1892, ritiratosi per limiti di età, organizzò il 6° Congresso  Internazionale di Chimica, a cui presero parte i più importanti chimici dell’epoca, provenienti dal mondo intero, con i quali egli aveva da tempo legami non solo di lavoro, ma anche di amicizia.  (vedi Storia della Chimica)
Ebbe incarichi « diplomatici » fra cui quello di concludere un trattato commerciale con la Russia, nel 1907, per il quale ottenne il titolo di Cavaliere dell’ordine di Sant’Anna,  dell’Impero russo.
Il tempo mi manca per tracciare la carriera politica di Emanuele Paternò, cominciata già nel 1890 come Sindaco di Palermo, proseguita come Senatore del regno 1890-1919 e vice presidente del senato dal 1904 al 1919, Presidente della Provincia di Palermo per 16 anni (1898-1914). In ognuno di questi posti  egli mostrò sempre, come già detto un grande dinamismo, attento al progresso, che come sappiamo ebbe una notevole accellerazione nell’ultimo quarto del 19° secolo. Come sindaco, e più tardi come presidente della Provincia, sostenne lavori per il risanamento della rete idrica, ela fognature, per lo sviluppo della rete elettrica, illuminando le principali arterie di Palermo e delle cittadine vicine e la modernizzazione della rete stradale, permettendo il disimpegno dei piccoli centri montani, spesso isolati in inverno a causa del maltempo. Sviluppò e creò nuove scuole soprattutto elementari…  D’altronde per la sua opera come Presidente della provincia, la Provincia Regionale di Palermo gli dedicò un libro ed una esposizione nel 2005 « Il presidente Scienziato ».
Emanuele Paternò nel 1906 terminò le sue memorie: ricordi della sua vita famigliare e del suo percorso di scienziato, dichiarando che non aveva più altro da ricordare. Ma, in seguito, furono ritrovati dei quaderni neri scolastici dove venivano riproposte considerazioni del periodo di quando fu Senatore del Regno. Questi ricordi, in forma di diari, con date molto precise, riguardano il periodo che va dal 1892 al 1928 quando, poi, si ritira a vita privata a Palermo, avendo  una età avanzata.
Questi diari sono molto interessanti, perché ricordano un periodo storico di grandi movimenti politici dell’Italia post risorgimentale. Coprono anche il momento drammatico della Grande Guerra che lo vede protagonista, come chimico, nella preparazione dei gas asfissianti che venivano impiegati dalle potenze europee. In queste note Paternò ci dà una visione molto critica del mondo politico dell’epoca. e infine, dopo l’insediamento di Mussolini, criticando con amarezza l’avvento di una dittatura e le rinunce successive del Re, a cui rimprovera di non rispettare lo Statuto, ritorna a Palermo dove morirà nel 1935. Troviamo qui giudizi, talvolta positivi, ma spesso critici, su tutti i  più importanti politici dell’epoca, Crispi, Rudinì, De Pretis, Giolitti …

Questo testo, che abbiamo cercato di completare con l’aggiunta di note sui principali personaggi citati, meriterebbe un più ampio sviluppo. L’azione politica di Emanuele Paternò è qui solo in filigrana; sia l’età che un certo disgusto di fronte al degradarsi del clima politico, gli hanno impedito in gran parte di dare un seguito più completo alle sue impressioni così rapidamente annotate.

C’è ampiamente  materia per uno studio più approfondito dell’azione politica di E. Paternò. Il suo carattere intero, che non ammetteva compromessi, gli procurò non pochi avversari sebbene tutti riconoscessero il suo valore.
Fece parte delle più importanti commissioni del senato, fu volta a volta :



Vicepresidente (27 novembre 1904-8 febbraio 1909) (21 marzo 1909-29 settembre 1913) (24 novembre 1913-29 settembre 1919)

Membro della Commissione di contabilità interna (14 giugno 1895-2 marzo 1897) (7 aprile 1897-17 maggio 1900) (19 giugno 1900-18 ottobre 1904)

Membro della Commissione di finanze (19 novembre 1899-17 maggio 1900) (19 giugno 1900-19 febbraio 1902)

Presidente della Commissione d'istruzione dell'Alta Corte di giustizia (1° marzo 1912-29 settembre 1913) (6 dicembre 1913-25 novembre 1918)

Presidente della Commissione d'accusa dell'Alta Corte di giustizia (25 novembre 1918-29 settembre 1919)

Membro ordinario della Commissione d'accusa dell'Alta Corte di giustizia (6 dicembre 1919-7 aprile 1921) (28 giugno 1921-14 novembre 1923. Dimissionario) (3-24 giugno 1924. Dimissionario)

Membro della Commissione per l'esame del disegno di legge "Riforma degli organici della Camera agrumaria della Calabria e della Sicilia" (17 marzo 1921)

Membro della Commissione per l'esame della proposta di modificazione al regolamento giudiziario del Senato (15 marzo 1922)

Membro della Commissione per l'esame del disegno di legge "Consorzio zolfifero siciliano" (8 febbraio 1923)

Amico intimo di Francesco Crispi, fu sempre fra i suoi sostenitori, senza far parte di nessun schieramento politico. Nella configurazione politica dell’ultima metà del 19° secolo fra Destra Storica, liberale e conservatrice e la Sinistra Storica, liberale e democratica, Paternò riuniva le due, se si può dire. Infatti liberale, moralmente conservatore, fu ugualmente fautore sia del sufraggio allargato, sia del progresso sociale, come lo dimostrò nei diversi incarichi politici che coprì. Dopo la morte di Crispi, si avvicinò a Giolitti, a cui rimproverava  comunque di essere troppo vicino ai socialisti.
Malgrado la sua opposizione a Giolitti, quest’ultimo, conscio del suo valore, lo pressentì come futuro Ministro della Pubblica Istruzione nel nuovo governo che preparava nel 1903. Era il momento in cui in Italia e in Sicilia in particolare l’atmosfera era  incandescente, a causa dello scandalo detto della Banca romana, seguito dall’omicidio di Emanuele Notarbartolo (1898), già sindaco di Palermo e amministratore del Banco di Sicilia. Omicidio particolarmente cruento perchè compiuto con numerose coltellate. Fu considerato il primo vero assasinio di mafia, di cui fu accusato un certo Palizzolo, deputato di Trapani, e politico disonesto.
Paternò, avversario del Palizzolo fin dall’inizio, fu malgrado lui accusato di esserne un amico, ed una campagna fu lanciata contro di lui e la possibile nomina a Ministro.
Dato il suo carattere, Paternò non ammise queste accuse e rifiutò categoricamente di accettare la carica e di venire a compromessi. Mantenne il silenzio per tutto il tempo della polemica. Quando infine l’atmosfera si calmò inviò una lettera al Giornale la Tribuna di Palermo dove finalmente spiegò i motivi della sua rinuncia. Il Palizzolo, accusato di essere il mandatario del delitto, dopo tre processi e un passaggio in prigione, fu assolto per mancanza di prove.
Fra le sue iniziative di legge una gli fu particolarmente a cuore : il versamento di una pensione alle figlie nubili dei Mille, in riconoscimento dell’azione dei garibaldini. Fu una battaglia più lunga del previsto, non aspettandosi egli le reazioni negative di alcuni deputati.
Interessante è il suo approccio del nascente fascismo. Dai sui diari, purtroppo data l’età non sempre molto esaustivi, si deduce che le sue critiche più motivate e serie si rivolgevano soprattutto al Re. Di fronte alll’agitazione sociale che si scatenò dopo la guerra, prima comunista, in seguito soprattutto provocata dagli ex-combattenti che non si stimavano abbastanza ricompensati, e che formarono la maggior parte delle prime milizie fasciste, Paternò consigliava al Re di reagire con fermezza e lo accusò di cedere alle pressioni mussoliniane e mostrare debolezza e di tradire le Statuto nominando Mussolini capo del Governo, in modo illegale. Di fronte alla deriva autoritaria del fascismo, contro ugualmente alcuni aspetti della sua politica estera, si allontanò sempre più dalla politica. L’ultima goccia fu l’obbligo degli accademici dei Lincei di prestare giuramento al Duce. Per lui, garante della leggitimità monarchica un simile giuramento ad un semplice capo di governo era impensabile. Così decise di rompere tuti i ponti con la politica e Roma e tornò a Palermo, dove visse gli ultimi anni della sua vita, e dove morì il 18 gennaio1935. Morendo lasciò una lettera nella quale indicava rifiutare ogni forma di commemorazione ufficiale. Volontà rispettata, anche se Federzoni, allora presidente del Senato, tenne a ricordarne la sua memoria dolendosi che Paternò avesse rifiutato ogni onoranza.
Ho omesso di prolungarmi sull’azione politica di Paternò, poichè siamo qui in un contesto più scientifico visto che celebriamo l’Anno internazionale della Tabella Periodica degli elementi di Dimitri Mendeleev nel 150°anniversario della sua promulgazione. Tabella che Primo Levi, lui stesso chimista, ha considerato che  « era una poesia ».
Queste memorie di un protagonista vissuto a cavallo del xix e xx secolo, sono la testimonianza di un periodo storico,l’800’, che fu di grande fermento per le nazioni d’Europa , sia per i movimenti rivoluzionari ed irredentisti, sia per i fermenti che invasero la scienza e la tecnica nelle sue molteplici sfumature. Paternò fu figlio di quell’epoca, e con il suo contributo di scienziato illuminato, permise l’avanzamento dello sviluppo scientifico e tecnico nel Novecento.

Un breve accenno vorrei fare qui sull’archivio Paternò depositato presso l’Accademia delle scienze. Esso, dopo il fondo Cannizzaro, è il più importante, con oltre 8000 documenti. Purtroppo, solo una piccola parte fu ordinata da Paternò, mentre molti documenti sono ancora da catalogare. Domenico Marotta, sua allievo, e segretario dell’Accademia per molti anni, cercò di riordinare i diversi documenti, fra cui trovò un’abondante corrispondenza con i maggiori scienziati e uomini politici dell’epoca (circa 3000 lettere). Purtroppo non finì il lavoro. Noi stesse non abbiamo consultato che una piccolissima parte dei documenti dell’archivio.
Sarà forse un lavoro per un futuro archivista scienziato del futuro.


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